mercoledì 21 gennaio 2015

Il patriarcato non è deceduto, né è moribondo; gode, anzi, di ottima salute. Purtroppo! Non celebriamone i funerali prematuramente!



In questo articolo vorrei cercare di dimostrarvi, esponendo succintamente le idee del femminismo materialista, che il patriarcato non è affatto crollato, né è vacillante, come sostengono alcune femministe italiane.
Il femminismo materialista, corrente radical-marxista di origine francese, non concepisce il patriarcato come mero ordine simbolico, ma come  un sistema di dominio, oppressione e sfruttamento delle donne radicato in specifiche strutture economiche e sociali.
 
Il modo di produzione domestico o patriarcale
Christine Delphy le individua nel modo di produzione domestico o patriarcale che consiste nell'estorsione, da parte del "capofamiglia", del lavoro gratuito dei congiunti. [1] Tale attività può essere costituita dalla produzione di beni e servizi venduti dal capofamiglia : è il caso, ad esempio, degli imprenditori del settore agricolo, artigiano e commerciale e dei liberi professionisti che si avvalgono della collaborazione gratuita dei familiari. Questo lavoro consiste poi nello svolgimento delle incombenze domestiche e di cura effettuate a beneficio e al posto di altri. Se gli uomini si avvantaggiano direttamente di una consistente quota delle mansioni casalinghe, beneficiano anche del lavoro di cura dei figli svolto dalle donne, che si accollano sia il proprio carico di responsabilità che quello dei partner.  A questo proposito, è utile rimarcare come le donne conservino il monopolio delle occupazioni routinarie, più onerose e meno gratificanti, mentre i "nuovi padri"  preferiscano consacrare il loro tempo alle attività ludiche compiute in compagnia dei figli. [2] Il modo di produzione domestico consiste, insomma, nell'appropriazione della forza lavoro della partner e degli altri membri della famiglia da parte del marito-padre-capofamiglia.
In Francia il 10% delle donne, oltre a svolgere mansioni domestiche e di cura, collabora all'attività professionale dei partner senza percepire una retribuzione.  [3] Nei paesi del "Terzo Mondo" il contributo delle donne alla produzione agricola destinata all'autoconsumo o alla commercializzazione oscilla fra il 30% nell'America del Sud  all'80% in diversi Stati africani, ma la vendita degli alimenti e i relativi guadagni spettano ai mariti.  [4] Secondo dati dell'ONU e della FAO le contadine rappresentano più di un quarto della popolazione mondiale,  costituiscono tra il 60 e l'85% della manodopera delle zone rurali, ma sono proprietarie soltanto del 2% delle terre e  hanno accesso all'1% del credito agrario. In tutti questi casi, la famiglia rappresenta un'unità di produzione diretta da un capo che estrae lavoro gratuito dai congiunti. [5]
Quanto al lavoro domestico e di cura,  apprendiamo dai dati Istat del 2010 [6] che in Italia esso grava nella misura dell'83,2% sulle donne conviventi o sposate che non svolgono un'attività retribuita. Quelle, di età compresa fra i 25 e i 44 anni, che hanno un impiego remunerato, effettuano il 71,3% del lavoro familiare e il 77% di quello domestico in senso stretto (con l'esclusione, dunque, della cura dei figli e dell'acquisto di beni e servizi), percentuale che sale all'89,7% nel caso delle donne che non esercitano un'attività retribuita. Ricordiamo, peraltro, che nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile è molto  basso, attestandosi al 46,5%.
Lo squilibrio all’interno della coppia è elevatissimo per le attività del lavare e  dello stirare che sono quasi completamente a carico delle donne (il 98,4% ). Anche la pulizia, il riordino della casa e la preparazione dei pasti sono di competenza quasi esclusivamente femminile (con un indice di asimmetria costantemente al di sopra del 90% tra le non occupate e intorno all’80% tra le occupate).
La quasi totalità delle donne che vivono in coppia si occupa del lavoro familiare (98,9%), mentre circa il 24,1% degli uomini non vi dedica nemmeno 10 minuti al giorno, percentuale che sale al 31% se la partner non è occupata. 
Un discorso a parte merita il lavoro di cura dei bambini fino a 13 anni svolto in un giorno medio dall'85,9% delle madri e dal 57,8% dei padri. Tra i genitori impegnati in tali attività, le mamme vi dedicano mediamente 2h13’ e i padri 1h23’.
Se si considera la composizione percentuale del tempo consacrato dai genitori all'accudimento dei figli, si rilevano però profonde differenze di genere. L'impegno delle madri risulta molto più oneroso e routinario, consistendo per il 61,5%  del totale nella cura fisica e nella sorveglianza della prole, mentre i padri dedicano il loro tempo alle attività ludiche. Inoltre il 19,3% delle mamme aiuta i figli a svolgere i compiti scolastici contro il 4,8% dei papà.
Il modo di produzione domestico e quello capitalista sono strettamente connessi, osserva Christine Delphy. La discriminazione che le donne subiscono sul mercato del lavoro e che si estrinseca nella preferenza accordata agli uomini nelle assunzioni  conferisce a questi ultimi un privilegio che li pone in condizione di estorcere lavoro domestico dalle partner. A sua volta, la naturalizzazione di ruoli socialmente costruiti e l'attribuzione alle donne del dovere di svolgere le mansioni domestiche e di cura serve a legittimare la preferenza accordata agli uomini nelle assunzioni. [7]. Possiamo pertanto sostenere che il mercato del lavoro non ha solo una connotazione capitalista, ma anche patriarcale, affermazione che risulta particolarmente vera nel caso dell'Italia, come  dimostrerò in un altro articolo. Il patriarcato, quindi, non è circoscritto alla sfera domestica, ma si manifesta anche nel mondo del lavoro. Qui la discriminazione delle donne assume una molteplicità di forme: dai differenziali retributivi di genere, alla segregazione occupazionale orizzontale e verticale alla prevalenza del part-time spesso involontario [8]. A ciò  va aggiunto il maggior tasso di mancata partecipazione al lavoro e di disoccupazione femminile, il minor tasso di occupazione e la più elevata percentuale di donne precarie rispetto agli uomini.
 
La divisione sessuale del lavoro e  il controllo della riproduzione
Danièle Kergoat, da parte sua, individua nella divisione sessuale del lavoro il dispositivo generatore del rapporto sociale tra i sessi che li costruisce come gruppi  gerarchici in conflitto. Esso si estrinseca nell'assegnazione prioritaria  delle donne alla sfera riproduttiva e privata e degli uomini a quella produttiva e pubblica con l'attribuzione ad essi del potere politico, economico, religioso, militare.
La divisione sociale del lavoro appare strutturata attorno a due principi: quello di separazione (esistono attività svolte prioritariamente dagli uomini ed altre dalle donne) e quello gerarchico (le prime sono meglio retribuite e più valorizzate delle seconde). [9]
Un altro elemento costitutivo del rapporto antagonistico fra i generi è rappresentato, secondo Kergoat,  dal controllo della fecondazione [10]: un  tema sfiorato anche da Christine Delphy [11] e compiutamente sviluppato da Paola Tabet, [12] che parla di una vera e propria domesticazione della sessualità femminile, di per sé polimorfa, alla riproduzione. Con il concetto di addomesticamento, solitamente impiegato per gli animali, Tabet intende indicare il processo attraverso il quale gli uomini, istituendo il matrimonio e ricorrendo ad un complesso apparato di coercizioni e di violenze fisiche, di pressioni sociali e ideologiche, di costrizioni materiali,  impongono alle donne pratiche esclusivamente eterosessuali e riproduttive e reprimono ogni forma di erotismo autonomo e perciò pericoloso e non controllabile. Dal momento che la specie umana è poco fertile e che la pulsione sessuale non è collegata alla procreazione né è sincronizzata con l'ovulazione, per garantire la riproduzione, gli uomini hanno istituito il matrimonio che assicura un'esposizione regolare delle donne al coito e, quindi, al rischio di gravidanza e hanno introdotto una serie di dispositivi che socializzano o impongono, anche con la violenza, alle partner (si pensi all'obbligo di assoluzione del "dovere coniugale") di concepire la penetrazione vaginale e l'eterosessualità come uniche modalità di rapporto carnale. Come osservava anche la femminista materialista Monique Wittig  "la “sessualità” non è per le donne un'espressione individuale, soggettiva, ma un'istituzione sociale della violenza" [13]
Paola Tabet interpreta la riproduzione come un lavoro sfruttato, appropriato e controllato dagli uomini; situazione che trae origine da una precisa realtà materiale: la divisione sessuale del lavoro, che assume le forme del monopolio maschile delle risorse economiche, delle differenze salariali, dell'accesso fortemente squilibrato di uomini e donne agli strumenti, ai mezzi di produzione, all'istruzione e alla specializzazione con il conseguente gap tecnico che ne risulta. La divisione sessuale del lavoro costituisce la base di uno scambio disuguale in cui le donne forniscono una quantità esorbitante di prestazioni gratuite: produttive e riproduttive, domestiche e di cura. Questa eccedenza, questo intensissimo sfruttamento della forza lavoro femminile consente agli uomini di accumulare risorse e concentrare ricchezze in modo pressoché assoluto nelle proprie mani, attuando un processo simile a quello di accumulazione primitiva, permette loro di godere di un surplus di tempo libero da consacrare alla conoscenza e alla creazione e, infine, concede loro il "diritto" di esigere  dalle donne prestazioni sessuali.
L'appropriazione del corpo delle donne rappresenta, a sua volta, lo strumento per l'imposizione della riproduzione e  per l'estorsione del loro lavoro.
Lo scambio sessuo-economico costituisce lo snodo cruciale del rapporto di classe fra uomini e donne, imperniato sullo sfruttamento economico,  sull'oppressione sessuale e sulla limitazione dell'accesso all'istruzione, soprattutto tecnica. [14] A questo proposito occorre rilevare come, malgrado la notevole, recente riduzione del gap di genere in tutte le zone del mondo,  vi siano ancora 718 milioni di adulti analfabeti, pari a circa il 16% della popolazione mondiale. Nell'Africa subsahariana e nell'Asia  meridionale e occidentale solo la metà delle donne è alfabetizzata, contro, rispettivamente,  il 68% e il 74% degli uomini. Nei paesi arabi, il tasso di alfabetizzazione delle donne è pari al 69%, quello degli uomini all'85% [15]
 
Il sexage
Per designare e delineare compiutamente i caratteri del rapporto di classe tra uomini e donne, Colette Guillaumin in un saggio pubblicato nel 1978 conia il termine "sexage", un neologismo forgiato sui vocaboli "exclavage" (schiavitù) e "servage" (servitù). [16] L'autrice configura la relazione tra i sessi non come  espropriazione della forza lavoro femminile, ma come appropriazione maschile illimitata del corpo delle donne, ridotte a macchine da lavoro, proprio come accade nel modo di produzione schiavista. Il sexage assume quattro forme: 
1) appropriazione del tempo delle donne. L'attività domestica è gratuita, non conosce limiti temporali e non si concretizza in una serie finita di mansioni;
2) appropriazione dei prodotti del corpo delle donne, ossia dei bambini. Analizzando questo aspetto del rapporto di classe fra i sessi, Guillaumin  osserva con estrema durezza, : "I bambini restano, per contro, uno strumento di ricatto molto potente in caso di disaccordo coniugale: è il loro possesso che gli uomini rivendicano e non il loro accudimento, che si affrettano a delegare ad un'altra donna (la madre, la domestica, la nuova moglie o la compagna), in base alla regola che vuole che le proprietà dei dominanti siano materialmente curate da una o più proprietà degli stessi" [17];
3) obbligo sessuale, ossia "l'uso fisico sessuale" delle donne, che prescinde dal loro desiderio, nel matrimonio e nella prostituzione, la quale rappresenta appunto una forma di appropriazione collettiva del corpo femminile;
4) cura delegata alle donne dei membri non autosufficienti della famiglia (bambini, anziani, infermi) e degli uomini, questi ultimi perfettamente in grado di badare a se stessi.
I mezzi attraverso i quali si realizza l'appropriazione collettiva della classe delle donne sono:
1) il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione femminile è più elevato di quello maschile e la retribuzione delle donne è inferiore a quella degli uomini, insufficiente, comunque, a garantirne la sopravvivenza. Ciò le costringe a sposarsi;
2) il confinamento nello spazio domestico delle casalinghe, il loro isolamento sociale e la reclusione delle donne in casa di sera, motivata dalla paura o dal divieto di frequentare da sole i luoghi pubblici;
3) la dimostrazione di forza, ossia la violenza, definita da Colette Guillaumin come "la sanzione socializzata del diritto che gli uomini si arrogano sulle donne [...] che "non rigano dritto". [18]
4) La costrizione sessuale che assume la forma dello stupro e delle molestie, che rappresentano "uno dei mezzi di coercizione impiegati dalla classe degli uomini per sottomettere e impaurire la classe delle donne e, contemporaneamente, l'espressione del loro diritto di proprietà su questa classe". [19]
5) l'apparato giuridico e il diritto consuetudinario.
 
Violenza e prostituzione
Estremamente articolata è anche l'elaborazione di Sylvia Walby che in Theorizing Patriarchy propone di considerare il patriarcato un sistema di relazioni sociali costituito da sei strutture: il modo di produzione famigliare, le relazioni patriarcali nel lavoro remunerato, nella sessualità, nello Stato, nella cultura (le rappresentazioni della mascolinità e della femminilità) e, infine, la violenza maschile. [20]
Quest'ultima costituisce, come osserva Patrizia Romito, altra importante esponente del femminismo materialista, "una strategia sistematica per mantenere le donne subordinate agli uomini" [21] e per acquisire vantaggi materiali di cui beneficia anche chi non la esercita. " Da questa analisi - scrive Romito- non consegue che tutti gli uomini sono violenti. Ne consegue invece che tutti gli uomini, anche coloro che non sono violenti, ricavano dalla violenza esercitata da alcuni: facilità di accesso a rapporti sessuali, servizi domestici gratuiti, accesso privilegiato a posizioni lavorative più elevate e meglio retribuite". [22]
Anche la prostituzione - osserva Patrizia Romito - rappresenta una forma di violenza.
 
" La prostituzione è intrinsecamente violenta. La sua essenza è la reificazione, l'oggettivazione della donna, che non è più persona, e spesso non è più neanche un corpo, ma parti di un corpo. E' un modello di sessualità che si basa sulla disparità tra i sessi e la rinforza, in cui gli uomini non solo non hanno bisogno di instaurare un rapporto egualitario, ma neanche di fare lo sforzo di stabilire un rapporto e tanto meno di negoziare una sessualità che piaccia a entrambi. Usare bambine/i o persone in condizioni di miseria o di disperazione diminuisce ancora di più, fino ad eliminarle, le esigenze a cui una donna non prostituita potrebbe metterli di fronte. La prostituzione  [...] non sarebbe concepibile in un contesto in cui le donne non fossero dominate". [23]
 
Una concezione, questa, condivisa dalle femministe materialiste francesi e canadesi, a partire dalla fondatrice: Christine Delphy.
 
 
NOTE
1 .  Christine Delphy, Par où attaquer le « partage inégal » du « travail ménager » ? in "Nouvelles Questions Féministes", vol.22, n.3, 2003, pp.52-53, http://www.feministes-radicales.org/wp-content/uploads/2010/11/Christine-Delphy-Par-o%C3%B9-attaquer-le-partage-in%C3%A9gal-du-travail-m%C3%A9nager.pdf Questi concetti sono esposti da Christine Delphy in numerosi altri saggi raccolti nel primo e nel secondo tomo dell'Ennemi principal,  Editions Syllepse e in Christine Delphy e Diana Leonard, Familiar Exploitation: A New Analysis of Marriage in Contemporary Western Societies, Oxford, Polity, 1992.
2.  Christine Delphy, Par où attaquer le « partage inégal » du « travail ménager » ?, cit., p.57
3. Ibidem, p.53.
4. Otilia Puiggros, Agricultrices et gouvernance http://www.placeauxagricultrices.org/francais/?page_id=23
5.  Id., 25 novembre – Journée internationale pour l’élimination de la violence à l’égard des femmes in http://www.placeauxagricultrices.org/francais/?page_id=23
6. Christine Delphy, une voix pour la révolution des femmes, Intervista di Sophie Courval, http://www.regards.fr/acces-payant/archives-web/christine-delphy-une-voix-pour-la,4984 e Christine Delphy, Agriculture et travail domestique: la réponse de la bergère à Engels, in Id., L'ennemi principal., tome 2. Penser le genre, pp.131-145.
6. ISTAT, La divisione dei ruoli nelle coppie, 2010 http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20101110_00/testointegrale20101110.pdf
7. Christine Delphy, Par où attaquer le « partage inégal » du « travail ménager » ?, cit., p.58
8. Id., Genre et classe en Europe, in L'ennemi principal, tome 2. Penser le genre, pp.236-241.
9. Danièle Kergoat, Le rapport social de sexe: de la reproduction des rapports sociaux à leur subversion, in Annie Bidet (a cura di), Les rapports sociaux de sexe, PUF, Collection Actuel Marx, 2010, pp.63-64. http://iref.uqam.ca/upload/files/publications/textes_en_ligne/DKergoat_2010.pdf; Id, Penser la différence des sexes: rapports sociaux et division du travail entre les sexes, in Margaret Maruani, (a cura di), Femmes, genre et sociétés, Éditions La Découverte, Paris, 2005, pp.94-101
10. Ibidem, p.96.
11. Christine Delphy, Le patriarcat: une oppression spécifique, in L'ennemi principal, tome 2. Penser le genre, pp.64-66.
12. Paola Tabet, Fertilità naturale, riproduzione forzata, in Id., Le dita tagliate, Ediesse, Roma, 2014.
13. Monique Wittig, “On ne Naît pas Femme”, in "Questions féministes", n.8, maggio 1980. Di questo testo esistono numerose traduzioni in italiano.  Online potete leggere quella, ottima, pubblicata sul blog anarcoqueer https://anarcoqueer.files.wordpress.com/2014/05/monique-wittig.pdf oppure la mia: http://femrad.blogspot.it/2013/08/non-si-nasce-donna.html
14. Paola Tabet, Mani, strumenti, armi, in Id., Le dita tagliate; Id, La grande beffa, pp.249-251 in Idem.
15. Observatoire des inégalités, Près de 800 millions d’adultes analphabètes dans le monde, http://www.inegalites.fr/spip.php?page=article&id_article=293&id_groupe=20&id_mot=115&id_rubrique=117
16. Colette Guillaumin, Pratique du pouvoir et idée de la Nature. 1. L'appropriation des femmes, in "Questions féministes", febbraio 1978, pp.5-30. http://www.feministes-radicales.org/wp-content/uploads/2010/11/Colette-Guillaumin-Pratique-du-pouvoir-et-id%C3%A9e-de-Nature-1-Lappropriation-des-femmes.pdf
17. Ibidem, p.11.
18.Ibidem, p.25
19. Ibidem.
20. Sylvia Walby, Theorizing Patriarchy, Basil Blackwell, Oxford, 1990. Il libro è disponibile gratuitamente online https://libcom.org/files/Theorizing%20Patriarchy%20-%20Sylvia%20Walby.pdf
21.Patrizia Romito, Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori, Franco Angeli, Milano, 2005, p.39
22. Ibidem, p.40.
23.Ibidem, pp.133-134. Alla prostituzione sono consacrate le pagine 130-150.
 

 

 

 

 

 

  

2 commenti:

  1. mi pare che anche quando è l'uomo a rifiutarsi per un periodo prolungato (mesi/anni) di avere rapporti sessuali la moglie possa chiedere la separazione con addebito quindi il dovere coniugale è per entrambi.
    E sinceramente non sono neanche d'accordo con la visione che descrive la sessualità come sempre oppressiva per la donna, la sessualità fa parte del'umano.
    Il matrimonio oggi in occidente è fatto da due persone che si scelgono (per amore e/o altri motivi), non così la prostituzione (la maggioranza delle prostitute non sceglie il cliente ed è improbabile che lo ami) quindi un paragone tra le due cose è fuori luogo
    E il coito è una pratica sessuale che non è oppressiva e può essere piacevole anche per le donne come lo è per gli uomini (etero e bisex, ovviamente)

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    1. piacevole come ogni altra modalità amatoria

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